mercoledì 26 ottobre 2011

Forze davvero speciali


L’esercito più numeroso e meglio equipaggiato al mondo è sicuramente quello degli Stati Uniti il quale dispone di una potenza di fuoco ineguagliabile (anche se in questo ultimo periodo ha dato alcuni segni di cedimento). I soldati più esperti e preparati sono certamente quelli europei, in particolare gli appartenenti all’esercito di Sua Maestà Britannica, comprese le loro forze speciali, i mitici SAS o SBS. Ma su tutti esistono dei soldati i quali per una particolare circostanza della storia sono stati abituati al combattimento sin dalla loro nascita; sono i soldati migliori al mondo sotto tutti i punti di vista, compresi quelli negativi. A loro, i soldati dell’esercito israeliano, spetta il primato di combattività mondiale. Il livello dei semplici soldati di fanteria (Brigata del Golan o altre brigate meccanizzate o corazzate) è superiore alla media di qualsiasi soldato al mondo. I soldati israeliani, infatti, non solo si addestrano quotidianamente, ma combattono quasi ogni giorno (ed è corretto dire spesso non ad armi pari). Questo post non è politico, non può e non vuole entrare in questioni delicate come il conflitto con i palestinesi i quali, mi auguro per la comunità internazionale, ottengano presto il riconoscimento dei loro innegabili diritti. Tuttavia non stento a provare una certa ammirazione per Israele poiché è l’unico Stato in cui le parole “minaccia” e “terrorismo” hanno assunto una dimensione tale da diventare la prima preoccupazione per tutti i cittadini.
All’interno delle forze armate (in ebraico viene usato l’acronimo “Tzahal”) sono inclusi diversi reparti speciali i quali alcuni operano in collaborazione con l’esercito, ma anche in operazioni segretissime che non prevedo l’utilizzo della forza regolare.
Il primo reparto che mi viene in mente, forse il più famoso, è l’S-13 ovvero lo Shayetet 13 assimilabili ai Navy Seal della marina americana, ma molto più preparati. Non appartengono all’esercito, bensì alla marina e sono divisi in tre compagnie (in ebraico palga): assaltatori, subacquei, e reparto di superficie (si occupa principalmente dei mezzi e della logistica).
Come per tutte le forze speciali israeliane tutti coloro che aspirano a entravi devono superare il temibile gibush che include 4 mesi di preparazione basica di fanteria, 2 mesi di addestramento avanzato e 3 settimane di corso paracadutismo con specializzazioni quali l’HALO e l’HAHO. Il gibush è davvero un periodo allucinante, le prove di resistenza fisica conducono alla soglie del decesso anche se gli istruttori sanno di non dover superare un certo limite. Per avere un’idea di quello che aspetta un aspirante operatore delle SF israeliane basta leggere il bellissimo libro di Aaron Cohen “Fratelli guerrieri” così da farsi un’idea di quanto sia difficile superare anche un solo giorno del famigerato gibush. Una volta passata la terribile selezione i marinai israeliani accedono effettivamente al reparto e vengono trasferiti alla base navale di Atlit per un altro periodo di esercitazioni, questa volta strettamente legate alle attività degli incursori di marina dove si diventa dei provetti sommozzatori e ottimi sabotatori.
Dopo gli incursori della marina, l’IDF (Israeli Defence Force) e in particolare il settore dedito all’Intelligence dispone del Sayeret Matkal (tradotto in ebraico: Unità di Ricognizione dello Stato Maggiore) la cui vocazione sono le missioni in profondità e di antiterrorismo. Tra i suoi compiti principali ci sono anche il recupero ostaggi in territorio ostile. Tra il loro palmares (per la maggior parte segreto) troviamo la famosa operazione Thunderbolt del 1976, la liberazione degli ostaggi a Entebbe nella quale perse la vita Yonatan Netanyahu, fratello del premier Benjamin “Bibi” Netanyahu. L’addestramento non differisce molto da quello dell’S-13, tuttavia i membri del Matkal devono superare ancora 5 settimane di corso antiterrorismo. Sono specialisti nel CQB (Close Quarter Battle), nella liberazione di ostaggi e in compiti più strettamente tecnici come la raccolta di informazioni, intelligence e altre specializzazioni “psicologiche”.
Tra le unità israeliane realmente segrete vi è il Duvdevan che letteralmente in ebraico significa “ciliegia” ad indicare la vera specialità di questa unità davvero molto peculiare. Gli elementi del Duvdevan percorrono lo stesso iter formativo delle altre SF tuttavia al momento di prendere servizio devono affrontare un ulteriore periodo di formazione che li trasformerà in una delle unità antiterrorismo più preparate e spietate al mondo. Essi sono addestrati ad operare in modalità mistà aravim (ovvero “alla maniera degli arabi”) nei territori occupati; gli operatori israeliani si muovono, parlano, vivono come i palestinesi, si confondono con essi ed entrano in azione improvvisamente senza troppi preavvisi. Informazioni ulteriori sono impossibili da reperire poiché risultano coperte da segreto.
Ogni unità di fanteria dell’esercito d’Israele è da considerarsi d’élite per le questioni che ho indicato in precedenza. Questa forte attitudine alla guerra porta sicuramente uno scompenso notevole nella società la quale vive una costante presenza dell’esercito nella vita quotidiana. Questo però trova una giustificazione in quello che accade quotidianamente sulle strade di Gerusalemme: gli attentati dinamitardi dei fondamentalisti palestinesi (e faccio notare che li distinguo da chi, tra i palestinesi, non è minimamente sfiorato dall’idea di farsi saltare in aria…. e il mio ottimismo mi induce a pensare che siano molti), i rapimenti e i missili rudimentali sparati da Hezbollah.

domenica 16 ottobre 2011

A come ambulanza…A come autista (2 parte)


Riprendiamo il discorso sulle Pubbliche Assistenze interrotto circa un mese fa quando feci qualche considerazione circa l’ambiente sociale e la prima esperienza di un “novellino”. Quando parlavo della squadra e dell’importanza che questa ha in una operazione di soccorso, anche la più banale, ho menzionato come figura di rilievo quella dell’autista ricordando, inoltre, che non per forza questa è legata ad una maggiore esperienza di servizio.
Sta di fatto che per quanto riguarda la responsabilità operativa di tutta l’urgenza l’autista è quello che rischia maggiormente e ha più responsabilità. Egli è, infatti, un soccorritore e condivide con gli altri la responsabilità sul paziente…in più gestisce (questa volta da solo) la responsabilità sul trasporto. In altre parole se lui non funziona, nessuno va da nessuna parte. Guidare nel traffico a sirene spiegate non è una cosa facile, l’ho provato personalmente e ci vuole sangue freddo (e questo non mi mancava), una buona vista (questo già di più) e una grande padronanza del mezzo e delle tecniche di guida (a me mancava soprattutto il senso della misura…). Scarti continui del volante su veicoli di gente realmente imbranata che non si sposta, attenzione ai mezzi come autobus o autoarticolati, estrema attenzione ai passanti, ma soprattutto estrema oculatezza nei confronti del codice stradale che, malgrado l’urgenza e la sirena, deve essere rispettato sempre.
Nella mia carriera da soccorritore ho avuto diversi autisti e devo dire che, tranne in alcuni casi, tutti sono stati straordinari e dotati di una resistenza alla guida davvero eroica. Quando militavo nella Croce Verde di Quinto ho avuto modo di confrontarmi con i migliori autisti che abbia mai conosciuto, messi costantemente alla prova non tanto dai servizi quotidiani, ma soprattutto dal famigerato e glorioso “Servizio Trapianti”. In poche ore dovevi arrivare da un punto all’altro della Penisola (nord Italia) in minor tempo possibile trasportando sia equipe medica, sia organi. Questo, a dire il vero, è il più bel servizio che abbia mai espletato (da autista mi è capitato poco, ma da navigatore spesso), in questo caso le doti di guida si abbinano ad un uso al limite dell’acceleratore (medie altissime e tempi da macchine da rally). Nel caso dei trapianti si partiva e si doveva arrivare in modo più puntuale preciso, pena la perdita dell’organo o l’arrivo in ritardo dei medici: in tutti e due i casi il presidente e il mitico Nando ti avrebbero fatto letteralmente a pezzi. Poi ci sono i servizi di urgenza normali e anche in questo caso ho assistito a veri numeri da circo (sempre tutto in massima sicurezza anche se, alle mie spalle, ho un buon numero di “toccate”). Ma chi sono gli autisti? Che carattere hanno? Quali sono i loro tipi di guida e da cosa li distingui?
La Croce Bianca Genovese dispone di ottimi autisti e devo dire la verità che, tolto il servizio trapianti, molti hanno delle affinità comuni; proprio su queste uguaglianze cominciamo una simpatica, ma quanto più possibile veritiera, catalogazione.
Categoria 1: i “grandi saggi”
In questa categoria l’anzianità non c’entra!Coloro che guidano da più tempo e uno svariato numero di mezzi non sono per forza dei matusa. I saggi sono coloro che hanno una innata capacità di guida e dispongono del settimo senso… quello del motore e del traffico. Sono già in anticipo rispetto a quello che accade davanti a loro, trovano strade che gli altri non pensano neppure esistano e ti portano su un codice rosso in tempi davvero utili alla sopravvivenza del paziente. Non ce ne sono tanti (io ho avuto e ho il privilegio di avere come autista uno di questi e non è una cariatide), sono creature taciturne che si aggirano per la sede accompagnate dalla loro inseparabile sigaretta. Non si esaltano mai, sono tranquilli e alla chiamata rispondono in modo impassibile sempre con la stessa espressione sia questa un codice verde o un codice rosso. Nel traffico dispongono di un radar interno e di un Santo protettore personale che li tiene fuori dai guai e di conseguenza mantengono viva tutta la squadra. Sembra che abbiano due mani, ma ne hanno di più, sono una sorta di Dea Calì del soccorso… guidano…cambiano…bestemmiano…rispondono alla radio…danno la selettiva… e ti tengono distanti da loro quando fanno curve a 90°. Apprezzano l’aiuto del soccorritore che sta davanti, ma non troppo… concedono di tanto in tanto di usare la radio e di dare la 5… ma la 6 è di loro assoluta priorità… la 8 forse te la concedono… insomma, l’abitacolo è il loro habitat naturale e NON gradiscono invasioni. Hanno tutti comunque una dote davvero importante che segna la differenza dagli altri… ammettono i propri errori.
Categoria 2: i “mi puzza di vivere”
Tra tutti i più pericolosi! Ne ho avuti alcuni al mio fianco e devo dire che rendo grazie al fatto di essere un paracadutista e quindi non temere l’effetto vuoto! Questa categoria non dispone di un solo Santo a loro protezione, bensì di uno S.W.A.T. Team di Santi che sorvegliano ogni loro manovra. Alla guida, è indubbio, sono solitamente molto in gamba, solo che amano smodatamente la velocità e il rischio. In urgenza non si pongono domande, se devono passare tra due macchine non prendono minimamente in considerazione le misure… queste sono una inutile perdita di tempo… ci passano e basta. Il tempo è una dimensione elastica, diceva Einstein, bene loro sono la prova che aveva ragione.. tutto è elastico intorno a loro, tutto si modella intorno alla scia che lasciano al loro passaggio. Loro non fanno urgenze, ma prove speciali. Amerebbero vedere sulla fiancata dell’ambulanza la targhetta con il loro nome, la bandierina italiana e il gruppo sanguigno, come le macchine da rally. La loro visione principale del mondo si riassume in poche parole: “nel dubbio schiaccia e fottiti delle precedenze”!
La loro presenza è una chiara minaccia alla salute dei direttori di macchina i quali considerano i mezzi come loro figlie e sanno che potrebbero essere stuprate da uno di questi maniaci!!! La mia esperienza mi ha insegnato che comunque sono persone affidabili, sono solo dei drogati di velocità, ma soprattutto (non nascondiamolo e non facciamo gli ipocriti) almeno una volta tutti vorrebbero salire con loro in ambulanza. Stomaco forte però…mi raccomando.
Categoria 3: i “nobili”
La loro nobiltà deriva dal loro stile di guida…impeccabile, ma soprattutto hanno la capacità di mantenere sempre la stessa medesima velocità. Ho avuto autisti dove non ti accorgevi se facevano un codice rosso, un trasporto, una passeggiata o andavano a prendersi semplicemente un gelato, insomma guidavano sempre e comunque alla stessa andatura. Se la categoria numero 2 sono i peggiori nemici dei direttori di macchina, i “nobili” rappresentano il loro ideale, i figli prediletti. Sono sicuri che porteranno sempre a casa la macchina intera, magari anche pulita poiché si sono fermati (con il paziente a bordo) in qualche autolavaggio. Sono i “nobili” che solitamente fanno saltare i nervi ai soccorritori che stanno al loro fianco: mi è capitato di entrare in agitazione su dei codici rossi perché sembrava non si arrivasse mai.. ma loro nulla.. sguardo fisso in avanti e constante controllo del conta chilometri…una gita insomma. Per loro il codice della strada non rappresenta un problema, se potessero si fermerebbero al semaforo rosso con le sirene accese! Una volta arrivati sul target non accostano, non mettono in sicurezza il mezzo, fanno di meglio…cercano parcheggio!
Categoria 4: “autisti per caso”
Quando arrivi in una P.A. e insisti subito per diventare un autista hai ottime possibilità per diventare un “autista per caso”. Qui la colpa è condivisibile tra colui che vuole guidare e il responsabile che glielo concede. Indubbiamente questo discorso si lega a quanto dicevo nella prima parte, cioè all’attrattiva rappresentata dalla sirena. Alcuni arrivano in sede e dopo poco tempo pretendono di mettersi alla guida di un mezzo senza la minima esperienza. Il bello è che il direttore di macchina qualche volta glielo concede, usando la modalità dei “rientri” come forma d’addestramento. La cosa peggiore però è che sovente a fare da istruttore a questi soggetti sono la categoria numero 1 – i “grandi saggi” - i quali si ritrovano nello scomodo ruolo di baby sitter. In alcuni casi nascono delle vere e proprie promesse del volante, in altri l’esperienza è negativa. Allora, in questo caso, ho hai la coerenza di dire “be non fa per me, comunque divento un bravo soccorritore!” oppure la sfrontatezza di affermare “bé guidano tutti… guido anche io” mutando dunque la tua condizione in “autista per caso”. Alla guida sono la drammatica somma di un vecchietto che ha paura della sua ombra e un tamarro che vuole provare la sua macchina…la combinazione è devastante! Ne viene fuori un vecchietto tamarro! Di questi autisti ne ho avuti pochissimi e cerco di tenerli bene a distanza. Se poi diventeranno qualcuno (faccio lo snob) potranno avere l’onore di avermi al loro fianco (ah ah ah ah !).

Rispetto a quanto detto sopra ci sono molti autisti che non sono catalogabili in queste categorie, sono quelle persone che prestano il loro servizio ogni mattina, magari uomini andati in pensione i quali al posto di fare la “muffa” in un bar o davanti alla televisione prendono una panda targata Croce Bianca e vanno a fare miriadi di servizi utili alla sopravvivenza della società. A loro va il mio abbraccio più grande e di gratitudine.

venerdì 9 settembre 2011

Dieci anni fa: 11 settembre 2011

Lo so che è scontato pubblicare un post sull’11 settembre…sono consapevole del rischio di cadere nella banale retorica… tuttavia, nel mio piccolo, penso meriti ricordare, anche solo in poche righe, quel giorno che ha cambiato effettivamente la storia del mondo. Bin Laden e George Bush hanno deciso di mutare per sempre i già fragili equilibri del pianeta. Equiparo Bush e Bin Laden sullo stesso piano? No, certo… sono stati due assassini di stampo diverso...ammetto semplicemente che Bin Laden è stato il terribile e sadico fautore dell’attentato, tuttavia Bush non ha fatto nulla per distinguersi con delle decisioni si forti, ma più oculate e portatrici di un effettivo cambiamento. Afghanistan e Iraq, due conflitti che durano ancora oggi, trascorsi dieci lunghi anni e che hanno stravolto lo scenario politico asiatico e medio orientale. Due guerre che hanno colpito indiscriminatamente popolazioni innocenti e terroristi (per fortuna qualcuno lo hanno preso), che hanno sradicato millenni di storia e di tradizioni! Si signori,e parlo di grandi tradizioni culturali… poiché il fondamentalismo islamico rappresenta una grave malattia sia per l’occidente, ma soprattutto per l’oriente. Non solo le bombe americane o inglesi hanno violentato quei paesi! Se pensiamo alle azioni dei talebani o alla politica di Saddam ci accorgiamo che poco hanno a che fare con l’Islam e la sua storia. I talebani pretendevano di riportare indietro un paese che già di suo versava in condizioni precarie, essi consideravano – e in questo caso forse senza troppe colpe – che l’unico rimedio alla guerra di clan e alla corruzione fosse la rigida interpretazione del Corano e costringere la popolazione a imitare il modello di vita di Maometto. Saddam Hussein (che, è bene rammentare, non era amato dai Talebani, anche se fratelli mussulmani) interpretava il Corano per supportare la sua personalità e la sua politica di dittatore. Due mondi sbagliati e due popoli che forse avrebbero fatto meglio a ribellarsi da soli, a capire che i dettami del Corano non erano proprio quelli imposti dalla Guardia Repubblicana di Saddam quando torturava gli oppositori. Un mondo folle e sbagliato che si è schiantato con tutta la sua violenza sui ben pensanti occidentali che a stento comprendevano cosa succedesse oltre il loro giardino. E invece tre aerei su due grattacieli e un palazzo governativo (il Pentagono) hanno portato il mondo occidentale alla drammatica realtà. “Finché muoiono tra di loro…” , un pensiero che ha sfiorato tutti quando si udivano e leggevano le violenze dei talebani commesse nei confronti della loro stessa popolazione, o i bollettini di guerra iracheni. Eh no! Troppo comodo! Il terrorismo prima di tutto è condivisione del dolore, questo è il suo vero significato: io soffro e devi soffrire anche tu! Questo è il vero significato stravolgente di quel giorno, dell’11 settembre: un mondo ha deciso di condividere il suo dolore con un altro mondo.
Qualche riga va dedicata ovviamente a quelli che sono stati gli eroi di quel giorno: gli americani tutti che hanno affrontato e superato un evento così terribile, i pompieri del FDNY che non meritano mai abbastanza amore e ringraziamenti per tutto quello che hanno fatto e che fanno ogni giorno, agli agenti del FDNY e dell’Autorità Portuale che hanno perso molti amici il cui valore non è certo inferiore ai colleghi pompieri, ai soccorritori EMS del FDNY che si sono prodigati a curare chi ne avesse bisogno. Ecco cosa è stato l’11 settembre, un grande giorno catastrofico che ha esaltato la virtù di pochi uomini come loro… leggiamolo così e dimentichiamo per un attimo la politica. Un pensiero ai caduti civili e ai vigili del fuoco del FDNY, ai poliziotti del NYPD e Port Authority. R.I.P.

mercoledì 31 agosto 2011

L’ambiguità talebana

In questi giorni sto leggendo e quasi terminando il libro di Massimo Fini sul Mullah Omar, il capo indiscusso dei talebani. Il libro di Fini ha suscitato grande scalpore e scorrendo tra le righe comprendo il perché: l’autore, infatti, cerca di sdoganare il Mullah Omar dall’etichetta di “mostro” spiegando che questa è una definizione ingiusta, diffusa a fini propagandistici dal mondo occidentale e in particolare dagli Stati Uniti. Secondo Fini, che mutua spesso il libro di Rashid sui talebani, spiega che l’arrivo al potere degli “studenti” (questo significa “talebani”) in Afghanistan negli anni Novanta è stato addirittura benefico poiché ha cancellato di fatto le diatribe di clan innescate dai signori della guerra, tra cui il celebre Massud e il famigerato Dostum. La rivoluzione talebana è stata fatta adottando una prospettiva all’indietro e non in avanti, come il termine “rivoluzione” sottintende. Il Mullah Omar, guida spirituale del movimento aveva, infatti, dichiarato di voler governare secondo la rigida interpretazione della sharia , la legge islamica, riportando l’Afghanistan indietro di secoli per vivere come ai tempi del profeta Maometto. E quasi ci era riuscito. Il modello talebano è stato – secondo Massimo Fini – un ottimo antidoto contro la corruzione e persino contro il traffico di oppio; non a caso proprio il Mullah Omar decise, per un periodo, di vietare e bloccare i mercanti di morte. Sul tavolo della discussione c’è poi la preoccupante e ambigua amicizia con Bin Laden: il terrorista saudita è presentato come un amico scomodo, ma forse necessario. Durante la guerra con l’Unione Sovietica, Osama e i soldi della CIA avevano dato un grosso aiuto agli insorti afghani e questo il Mullah non poteva dimenticarlo. Certo, Osama Bin Laden non dava nessuna certezza e con i suoi attentati orditi in tutto il mondo avrebbe sicuramente attirato sull’Afghanistan un’attenzione che Omar non voleva. Dopo l’11 settembre il presidente Bush chiese la testa del terrorista più ricercato al mondo, sapeva che il suo rifugio si trovava a Tora Bora, uno dei luoghi più remoti dell’Afghanistan. Sul Mullah Omar ricadeva quindi una dura responsabilità: cosa fare? Consegnare Bin Laden agli odiati americani simbolo negativo di una civiltà corrotta? La risposta è ben evidente…Omar non consegnò Bin Laden accettando così le conseguenze di un’ennesima invasione straniera. Quello che accadde nei primi mesi di guerra è noto a tutti, forse però non sono note le modalità con le quali gli americani affrontarono i primi mesi di un conflitto difficile e pericoloso. L’arroganza con la quale Bush e la sua cricca trattarono il popolo afghano ebbe il demerito di aumentare il consenso a favore dei talebani. Se prima c’era qualcuno disposto a sbarazzarsi di questi integralisti, dopo l’invasione statunitense cambiò idea. L’avventura afghana fu per gli Stati Uniti un passaggio obbligato per la successiva invasione dell’Iraq. Lo si capì da come affrontarono la prima fase della guerra: nessun piano concreto, nessun impegno sostanzioso, ma soprattutto nessuna strategia per ottenere il favore della popolazione nella guerra contro i talebani. Bombardare! Questa era la risposta che Donald Rumsfeld dava al Pentagono. I bombardamenti causarono la sconfitta dei talebani, verissimo, nondimeno le vere vittime furono per lo più civili, senza contare l’enorme consenso che raccolse il Mullah Omar il quale – costantemente in fuga - continuava a dirigere le operazioni. Nella mente di Omar permaneva certo un sentimento di sconfitta e frustrazione, tuttavia l’atteggiamento e la strategia alleata giocarono nettamente a suo favore. Ad attirare simpatie verso Omar ci fu anche la mossa americana di imporre al governo un personaggio come Hamid Karzai, simbolo della connivenza con gli occidentali e dell’uso smodato dei loro vizi, primo fra tutti la corruzione.
Tra le varie cose che attirano l’odio verso i talebani c’è la condizione in cui vivono le donne afghane. Già prima della guerra i movimenti femministi di tutto il mondo sollevarono la questione “burka” accusando i “barbuti religiosi” di violenza e crudeltà nei confronti delle donne. Riusciamo noi occidentali a entrare effettivamente nel merito del rapporto donne/Islam? Io, sinceramente, non oso addentrarmi più di tanto: capisco solo che le violenze commesse a scapito delle donne non sono solo una prerogativa islamica, anzi diciamo chiaramente che la violenza tout court non significa Islam, anzi è condannata dall’Islam. Il Corano, come la Bibbia, è oggetto di libera interpretazione secondo usi e costumi delle persone: in nessun passo Maometto inneggia alla guerra contro gl’infedeli…la Jihad significa un mare di cose, certo non guerra contro il mondo intero. Il Corano non dice di gettare acido in faccia alle donne… l’adulterio è punito dalla Bibbia come dal Corano con la stessa violenza.
Lanciarsi in facili giudizi è comunque molto semplice, quanto sia giusta la guerra contro l’Afghanistan non sta a me dirlo, posso solo dire che da quando la presidenza Obama e il generale Petraeus hanno preso seriamente in mano le cose, tutto è leggermente (impercettibilmente) migliorato. Non si applica più la tattica dell’anti terrorismo, ma della contro insorgenza… questo è stato un passo fondamentale. Quali sono le differenze??? Rimando ad altro post la spiegazione…

lunedì 29 agosto 2011

Volontari: le Pubbliche Assistenze (1a parte)


Ci siamo! Ho aspettato e riflettuto molto prima di scrivere questo post che tratta di una parte molto importante della mia vita: le Pubbliche Assistenze. Lascio per un attimo argomenti di cronaca e storia militare per entrare in un mondo che con l’ambiente militare ha molte cose in comune.
Facenti capo all’ANPAS, le Pubbliche Assistenze sono composte per la maggior parte da volontari e da un congruo numero di dipendenti, esse rappresentano un anello fondamentale di quella catena chiamata “soccorso sanitario” che qui in Italia poggia quasi interamente sul lavoro di queste associazioni. Ovviamente non possiamo dimenticare la Croce Rossa, sicuramente una delle istituzioni più blasonate e importanti a livello mondiale, tuttavia nella mia realtà, quella genovese, la “Rossa” è relegata a un ruolo secondario poiché buona parte del territorio cittadino è “coperto” dal servizio delle P.A. In particolare Genova risulta essere una delle città dove la presenza sul territorio è particolarmente densa, forse anche troppo.
Le Pubbliche Assistenze (la cui origine risale spesso ai primi del Novecento) sono strutture radicate sul territorio e in molti casi rappresentano un vero e proprio punto di riferimento per la cittadinanza. Ad esempio, la società dove ho iniziato (la Croce Verde di Quinto) era composta per la maggioranza da persone del quartiere, cresciute li dentro, con alle spalle anni e anni di militanza.
L’ambiente societario varia da luogo a luogo, tuttavia tutti hanno una cosa in comune: non sono luoghi la cui comprensione è semplice e immediata! Questo è imputabile a diversi fattori: il primo è legato sicuramente al carattere stesso della città, Genova, che tutti sappiamo non facile e molto chiusa, il secondo è invece connesso al discorso che facevo prima, quello dell’ambiente militare. Per chi le vede da fuori è, infatti, molto difficile giudicare e comprendere le logiche sociali e aggreganti che contraddistinguono il mondo delle P.A.: appena arrivi ti viene subito voglia di scappare, tuttavia se hai le capacità e il carattere per fermarti ti accorgerai che sono luoghi semplici ove vige la legge del gruppo anche se, apparentemente, vi è molta disgregazione. Mi spiego meglio: il primo impatto (come avveniva quando entravi in caserma per la prima volta) non è semplice, gli “anziani” ti squadrano da testa a piedi e cercano di capire dai tuoi atteggiamenti (quando molte volte basterebbe parlarti) che tipo sei, quali sono le tue potenzialità o se hai la “virtualità” di essere un rompi palle o, peggio ancora, un montato e/o esaltato. Questa prima indagine avviene poiché molti ragazzi accedono in una P.A. perché attratti da quei quattro lampioncini blu che, in mezzo al traffico, emettono un rumore sgradevole, seppure utile: le SIRENE. Per carità, questo non è un male purché sia un sentimento passeggero: le sirene sono la parte più semplice e scontata di quello che avviene durante un’emergenza sanitaria, ciò che conta è ben altro. Non puoi basare un’esperienza simile solo sull’adrenalina che da sfrecciare in mezzo al traffico…almeno non deve e non può essere solo questo. Su tale principio si comincia già a capire chi potrà essere un autista capace o un valido soccorritore. In questo senso un ruolo fondamentale è giocato dalla formazione del soccorritore. Parlo solo di soccorritore poiché è improbo forgiare dal nulla un bravo autista: a mio parere ci vogliono anche delle qualità innate che ti rendono capace alla guida (parla uno che non le ha e che per questo, molto coerentemente, ha lasciato perdere il volante per concentrarsi sul paziente). Chi si occupa di istruire il volontario di ambulanze deve insegnare tutto quanto concerne i presidi sanitari, il funzionamento dell’ossigeno ecc. ecc., ma deve soprattutto trasmettere alcuni principi fondamentali che sono l’educazione, l’umiltà e il rispetto. Se non ci pensa il formatore allora se ne occuperà la società stessa (intesa come i suoi membri), ma l’insegnamento sarà decisamente più traumatico!!!
Tutto appare semplice all’interno di una P.A. e in effetti lo è…una volta afferrato il meccanismo, tutto fila liscio come l’olio, ma bisogna capirlo! Bisogna avere l’umiltà di mettersi a disposizione di tutti, ma soprattutto è utile capire la logica “dell’ultimo arrivato”. Questa è la chiave di svolta. Se nel tuo cervello capisci che essendo l’ultimo arrivato devi comportarti bene e rispettare quelli più anziani di te, allora sei già a metà dell’opera. So già che alcuni diranno…ma questo è “nonnismo”…! Premesso che secondo la mia esperienza personale giudico che il “nonnismo” e il “caporalismo” fossero una parte fondamentale dell’addestramento militare, nessuno può negare che in ambienti ristretti e gerarchici il rispetto dell’anzianità sia il solo veicolo per riuscire, imparare e farsi a sua volta ben volere (attenzione: vero è che tra gli anziani capita anche di trovare cattivi maestri, ma son pur sempre li prima di te). Non ho mai visto sopravvivere a lungo arroganti, spavaldi, prepotenti o chiunque abbia tentato di cantare fuori dal coro. Questo è importante poiché in servizio si deve cantare in coro! I solisti creano guai e in ambulanza non esistono prime donne! La SQUADRA: tutto ruota intorno alla squadra la quale al suo interno ha certamente un suo ordine, ma tutti lavorano in una sola direzione, il benessere del paziente. All’interno di una squadra il potere principale è dato dall’esperienza: di solito tutti fanno riferimento al membro più anziano che non sempre corrisponde alla figura dell’autista.
Le P.A. non sono un ambiente per tutti poiché non si fanno cose che tutti anelano fare: l’ambulanza è un mezzo sul quale si corre…verissimo, pure divertente… ma dietro, nel cosiddetto vano sanitario non è tutto così piacevole. Sangue, vomito, drogati, ubriachi, anziani abbandonati, malati terminali, infarti, tragedie stradali, tentati suicidi e le tante storie che la strada racconta; da questo ben si capisce che la sirena è solamente una colonna sonora poco piacevole. Poi, come tutto questo venga affrontato e metabolizzato da chi lo fa…rimane un segreto personale, stretto gelosamente nella testa di ognuno di noi. Conosco persone molto sensibili o fredde come il ghiaccio, tutti però sanno che non si può dare troppa strada all’emozione poiché c’è un lavoro da fare e per quanto questo possa essere da semplici intermediari (tra il paziente e il medico di pronto soccorso) risulta basilare al fine del benessere comune. Non siamo medici né infermieri, tantomeno paramedici … ma solo e orgogliosamente soccorritori…!
Alla prossima puntata… sulle tipologie di autista che ho conosciuto e praticato!!!