venerdì 5 agosto 2011

La Brigata motorizzata “Cremona” e il 21° “Alfonsine”



Tra le cose che vorrei fare in questo blog c’è quella di raccontare, in diversi post pubblicati in tempi diversi, la storia del “vecchio” esercito italiano, quello di “leva” composto da ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia e da ogni estrazione sociale, che puntualmente inquadrati in scaglioni venivano sparpagliati lungo la Penisola per un anno della loro vita. Non è un caso che voglia cominciare da quella che è stata la mia brigata con un approfondimento rivolto al battaglione del quale ho fatto orgogliosamente parte, il 21° battaglione di fanteria motorizzata (poi meccanizzata) “Alfonsine” caserma Valfré di Alessandria (tristemente soprannominata Alcatraz). Il mio blog ha addirittura cambiato nome per ricordare quell’anno chiamandosi 3° cp. Beirut, la mia compagnia il cui nome deriva dalla sua presenza in Libano negli anni Ottanta (come stemma aveva proprio il cedro libanese su fondo giallo e veniva indossato alla “israeliana”, non cucito, bensì infilato nella spallina della mimetica senza fermi). La Brigata motorizzata “Cremona” fu fondata nel 1859 e partecipò a tutti i principali avvenimenti bellici della storia italiana. La sua prima sede operativa fu stabilita a Genova e furono incorporati in essa i vecchi battaglioni disciolti nel 1849 ( il 19°, 20°, 21° e 22°). Dopo la Terza guerra d’indipendenza la “Cremona” venne riorganizzata con soli due reggimenti il 21° e il 22° (1881). Nel corso del primo conflitto mondiale i fanti della Cremona furono schierati sull’Isonzo e incorporati nella celebre III Armata. Partecipò a tutte le dodici battaglie dell’Isonzo fino a poi essere travolta nella ritirata di Caporetto e poi nella vittoriosa controffensiva del Piave che portò alla vittoria finale. Nella seconda guerra mondiale la brigata assunse la denominazione di Divisione di fanteria “Cremona” inquadrando il 21° e 22° reggimento di fanteria, il 7° di artiglieria e la 90a legione di assalto della MVSN. Nel 1940 combatté sul fronte francese, nel 1941 fu spostata in Sardegna e nel 1942 in Corsica. Dopo l’8 settembre 1943 la divisione giurò fedeltà al re e combatté contro le truppe tedesche a Zonza, nella stretta di San Polo, a Quaenza, Levie, Ponte Sorbolo e Val di Golo. Nel 1944 dopo un breve periodo in Sardegna fu costituita in Gruppo di combattimento Cremona al comando del generale Clemente Primieri. Il 12 gennaio 1944 fu inquadrata nella celebre 8° Armata Britannica e insieme ai canadesi e unità partigiane partecipò alla liberazione di Alfonsine, Adria, Mestre e Venezia.
Nel 1945 cominciò la lenta ricostruzione del futuro esercito della Repubblica. Nel 1951 si aggregò alla nuova divisione di fanteria “Cremona” il 157° “Liguria”, il XIV battaglione carri e il 1° Gruppo Esplorante Dragoni (Nizza) e il VI battaglione Bersaglieri. Dopo la ricostruzione dell’esercito del 1975 la divisione si trasformò in brigata motorizzata articolata su tre battaglioni di fanteria, un gruppo di artiglieria, un battaglione logistico, un reparto comando e trasmissioni una compagnia controcarro e una del genio. Nel 1990 la brigata passò alle dipendenze della nuova Regione Militare Nord-Ovest acquisendo il 4° battaglione di fanteria “Guastalla”. Nel 1993 la brigata meccanizzata “Cremona” si componeva nel comando e supporti tattici “Cremona”, il 21° reggimento fanteria “Cremona” (erede diretto del 21° Alfonsine) il 157° reggimento fanteria “Liguria” (i “leoni di Liguria” stanziati a Novi Ligure), il 26° reggimento di fanteria Bergamo, il 7° reggimento artiglieria “Cremona” e dal battaglione logistico “Cremona”. La Brigata “Cremona” venne poi sciolta il 15 novembre 1996.
Proprio nell’anno in cui l’esercito subì la prima grande trasformazione (1975) nasceva il 21° battaglione di fanteria “Alfonsine” che ereditò le tradizioni della brigata “Cremona”. Nel 1991 da motorizzato si trasformò in meccanizzato con l’arrivo degli M113; a dire il vero questo passaggio era già avvenuto a metà del 1990, ricordo, infatti, che molti soldati avevano già cambiato il fregio del loro basco aggiungendo il cingolato ai due fucili incrociati. Inoltre ricordo anche che molti miei “fratelli” di scaglione si erano recati a Verona per cominciare a caricare alcuni materiali di ricambio per i VTT (Veicoli Trasporto Truppe) comprese le canne delle Browning Cal. 50 (pesantissime). Esattamente due anni dopo il mio congedo (1991) il 21° battaglione Alfonsine si trasformò in 21° reggimento “Cremona” mantenendo per altro lo stesso stemma e lo stesso motto (Fortitudo mea in brachio – La mia forza sta nel braccio). Nel 1996 fu poi inquadrato nella Brigata “Centauro” alle dipendenze del 1° Comando delle Forze di Difesa. Nel corso della sua lunga vita il 21° ha preso parte a numerose operazioni militari e di soccorso alle popolazioni civili. Nel 1980 fu inviato in Irpina a dare aiuto alle persone terremotate e alla popolazione alluvionata nel comune di Morano sul Po. Ha partecipato alla campagna del Libano (ITALCON Libano) con la Terza compagnia (la mia) e poi all’operazione Vespri Siciliani. Nel 1990 durante la Guerra del Golfo tutte le caserme furono messe in stato di allerta e il 21°, una delle prime fra le caserme operative in Italia, fu mobilitato per la difesa di alcuni siti classificati “sensibili”: la Montefluos di Spinetta Marengo (comprensorio chimico) e la Michelin (fabbrica di gomme). Turni di guardia stremanti (6/2) in una località che dire fredda è poco… ma freddo umido, che ti entrava nelle ossa. Per più di una settimana siamo stati costretti a dormire vestiti e con il fucile accanto (sembra uno scherzo, ma è così), pronti a partire in qualunque istante e per qualsiasi destinazione. A dire il vero questo senso di precarietà era voluto anche dagli ufficiali ( i nostri erano particolarmente gasati) i quali, lungi dall’essere comprensivi in certe situazioni, facevano di tutto per stressarti ancora di più. Ma forse è questo il vero senso del servizio militare. I primi turni di guardia gli avevo fatti alla Michelin (6 ore di guardia e 2 di riposo poi regolarizzati a 4 di guardia e 2 di riposo, questo scompenso era determinato dal fatto che proprio durante l’emergenza del Golfo la mia caserma pativa il cosiddetto “buco di scaglione” ovvero su tre scaglioni che dovevano essere presenti al reparto c’è n’erano solo due il 5°/90 e l’ 8°/90) una fabbrica posizionata sulla piana alessandrina dove la sera il termometro scendeva – 15°! Se hai gl’indumenti giusti non lo patisci, tuttavia il nostro equipaggiamento non era certo quello delle truppe alpine e nemmeno paragonabile a quello della fanteria di oggi, tecnico e affidabile. Noi il freddo si soffriva e una sera, dopo numerose suppliche e qualche lacrima di disperazione, il tenente di servizio ci portò due coperte con le quali avvolgerci durante la pattuglia. Ricordo inoltre che nella mia sacca che conteneva la maschera antigas ci avevo messo una serie di tavolette di cioccolato e anche dei salamini (lo so che è vietato mangiare durante il servizio, ma chi se ne frega… si rischiava l’ipotermia), mentre il mio collega Marco aveva una sfilza di Cordiali che scaldavano l’anima (ma come ben sapete è un calore fittizio e se vogliamo pericoloso).
Sarebbero mille le cose da raccontare su quell’anno pazzesco, ma preferisco rimandarle in altri post. (Riferimenti storici sulla brigata tratti dalla voce wikipedia il resto sono solo esperienze personali).

sabato 30 luglio 2011

Il monumento dei Parà






In occasione dell’ultima ASSOARMA tenutasi il 2/3 luglio a Torino è stato inaugurato il monumento ai Paracadutisti. Un evento molto atteso da tutte le associazioni Anpd’I e da tutti gli ex appartenenti alla “Brigata”. Per partecipare a questa cerimonia ho rimandato anche la mia partenza per Genova, non potevo mancare ad un appuntamento così importante. La cerimonia si è svolta al parco del Valentino alla presenza di numerose persone e ai labari di molte sezioni Anpd’I, purtroppo mancava la mia, quella che mi ha tenuto al battesimo dell’aria: Gorizia. Tuttavia io credo che il basco amaranto accomuni tutti e non mi sentivo certamente solo. Questo basco amaranto tanto agognato e sudato che, badate bene, non significa essere della Folgore, ma significa condividerne lo spirito, i valori e soprattutto il cielo. Poi il brevetto con la stelletta e tutt’altra cosa, i paracadutisti militari – per quanto abbia ancora oggi senso parlare di lanci in massa di guerra – seguono un addestramento durissimo dove il “salto” è sicuramente la parte più facile. Tuttavia, nonostante tutto, il corso che frequentai nel lontano 1988 in quel di Gorizia non era stata certo una passeggiata di salute: due mesi e mezzo di esercizi massacranti scanditi dagli ordini dell’indimenticabile Vicki (un vero colosso).
Tralasciando i miei ricordi personali ho accolto con molto piacere la notizia dell’inaugurazione di un simile monumento in questa città la quale vanta una tradizione militare secolare…Torino è la tradizione militare italiana, l’esercito italiano trae origine dall’esercito sabaudo. Ricordo poche città che vantino un così alto numero di monumenti dedicati ai militari. Almeno una cosa buona questi Savoia l’hanno fatta…e non mi riferisco a quelli delle ultime generazioni (ballerini, spogliarelliste, assassini e puttane). Mi ha stupito anche il numeroso gruppo di baschi amaranto presenti… e l’accoglienza a loro riservata: ovviamente essendo un’ASSOARMA erano presenti le associazioni d’arma di tutte le specialità, compresa la mia vera, originale, dove ho ricevuto il mio addestramento (altrettanto duro) e ho trascorso un anno pieno di ricordi: la fanteria (21° battaglione di fanteria motorizzata/poi meccanizzata Alfonsine – Caserma Valfré / detta Alcatraz – Alessandria – Brigata Cremona). Insomma durante queste manifestazioni è come se avessi due anime…due baschi…nero e amaranto.
Il monumento, realizzato dallo scultore Gabriele Garbolino Ru, è stato fortemente voluto dall’Anpd’I di Torino per iniziativa del suo presidente Dario Ponzetto e progettato in collaborazione con il Comune di Torino. Esso rappresenta un paracadutista in piedi colto nel momento che precede il lancio nel vuoto. Il bassorilievo in bronzo è dedicato al Sergente Maggiore Mario Giretto, medaglia d’oro per i fatti di El Alamein. Sulla lapide è scolpita la dedica “Ai paracadutisti d’Italia Caduti sui campi di battaglia, nella missioni all’estero e sui campi di lancio – Onore e gloria”.
I caduti ricordati appartengono a tutte le guerre dal Nord Africa nel 1942 fino alla dura terra dell’Afghanistan dove, purtroppo, ancora oggi cadono numerosi baschi amaranto.
Uno speciale ringraziamento personale va a Paolo Viola paracadutista della sezione torinese che mi ha accolto nelle file amaranto della sezione e mi ha permesso di prendere parte alla sfilata (insieme alla mia agguerritissima fidanzata della Taurinense).

domenica 24 luglio 2011

In pace e in guerra


Cominciamo questa nuova stagione con la recensione di un libro che ho avuto modo di leggere in questi giorni: “In pace e in guerra” di Enrico Mannucci. Sinceramente mi aspettavo di più, tutte cose abbastanza note e presenti nelle varie riviste specializzate del settore, tuttavia, per chi vuole sapere tutto e subito questo è un ottimo libro. L’autore analizza i principali reparti speciali del nostro esercito: dal GOI al Col Moschin fino al Tuscania. Ne spiega addestramento, armamento e impiego nei nuovi scenari di guerra. Proprio il nuovo tipo di guerra, definita dagli specialisti LIC (Low Intensity Conflict – Conflitti a bassa intensità) ha spinto il nostro governo (con il patrocinio dell’allora presidente Cossiga) a rafforzare i reparti speciali. Dal conflitto in Yugoslavia fino all’Afghanistan le nostre forze speciali si sono distinte non solo per la loro attitudine aggressiva, ma soprattutto per aver raggiunto un giusto equilibrio tra la loro componente d’attacco e quella di mediazione rispecchiando così la peculiarità italiana che tende sempre a trovare un accomodamento tra le parti. Aggiungo che molto spesso il compito delle forze speciale è quello di evitare lo scontro raggiungendo lo stesso l’obbiettivo.
Il valore di questi “pochi” è indubbio, basta scorrere le fasi di preparazione che formano un incursore della Marina o del Col Moschin per capire che non è facile sopravvivere a quei ritmi e a quello stress. Tuttavia non dobbiamo pensare a questi ragazzi come a dei superman: sono uomini con pregi e difetti, ma soprattutto con i loro limiti. Quello che li contraddistingue dalla maggior parte delle altre persone è, a mio parere, la forza di volontà e la costanza nelle cose che fanno. La voglia di riuscire che vince anche sui momenti di difficoltà che normalmente si presentano nel corso della vita o di un iter addestrativo. Troppo spesso una certa opinione pubblica vede le nostre Forze Speciali come l’incarnazione di un qualcosa di negativo, espressione di un governo che vuole difendere i propri interessi economici senza aver cura del valore umano. Bene inteso è mia opinione personale che tra le ultime guerre combattute forse solo una ha, in effetti, un valore deterrente nei confronti del terrorismo: l’Afghanistan. Per quanto riguarda l’Iraq lo trovo uno dei più grandi fiaschi militari dopo la guerra nel Vietnam per non parlare poi del conflitto libico per il quale stento a trovare un valido motivo che spinga a mandare aerei a bombardare chissà cosa! Ma questa è politica e i militari, volenti o nolenti, sono solo delle pedine. Quello che continua a stupirmi però è l’indignazione che l’opinione pubblica prova ogni volta che un soldato muore…. Ma signori miei, sono secoli e secoli che I SOLDATI MUOIONO IN GUERRA, la guerra (anche se mascherata da missione di pace) genera morti e per quanto sia il rispetto che ad essi dobbiamo smettiamola di meravigliarci quando qualche povero ragazzo della Folgore o degli alpini cade vittima a causa di qualche IED. Comunque, bando alle disquisizioni politiche, lasciando spazio solo al valore indiscutibile di questi uomini che hanno fatto una scelta coscienti, di sicuro, che in guerra…bé si può anche morire.

domenica 22 marzo 2009

Basta per cortesia….


Nell’ultimo San Remo, Francesco Benigni ha intrattenuto il pubblico con un esilarante monologo che non ha risparmiato nessuno, soprattutto il suo celebre obiettivo: Berlusconi.
In genere mi è sembrato molto divertente però, da storico, non ho apprezzato l’accostamento tra il nostro “giovane” presidente del consiglio e Napoleone Bonaparte. A dire il vero il comico toscano non è il primo che azzarda questa similitudine confondendo la lana con la seta. Facciamo subito qualche precisazione: l’opinione pubblica più erudita e l’opposizione accusano Silvio Berlusconi di attuare una politica “bonapartista”. Il termine “bonapartismo” nasce immediatamente dopo la caduta di Napoleone I e si concreta con l’ascesa del nipote Luigi Napoleone (una penosa imitazione dello zio) che divenne capo della Francia dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851. La politica di Napoleone III si concretò quindi nella personalizzazione del potere, attraverso l'enfasi posta su elementi demagogici e carismatici, e nel rafforzamento dell'esecutivo, reso indipendente dal controllo del legislativo mercé una forte centralizzazione delle attribuzioni e delle competenze.
Letta questa definizione ci rendiamo conto quanto una simile arte del governare sia similare, se non uguale, a quello che sta facendo oggi l’uomo di Arcore nel nostro paese. Quindi Silvio Berlusconi è tranquillamente assimilabile alla politica “bonapartista”, ma non certo di essere Napoleone Bonaparte.
Sono anni che studio il “piccolo corso”, di rassomiglianze (l’altezza prima di tutto) ne ho trovate, fermandomi però solo agli aspetti più superficiali o, come ripeto, meramente limitati al tipo di governo da lui attuato: accentramento dei poteri, culto della personalità, eliminazione delle opposizioni e falsi plebisciti. Ma questo confronto trova subito i primi ostacoli quando metto sul piatto della bilancia fattori come la personalità, le cose fatte, la cultura e il valore. Non dimentichiamo che Napoleone Bonaparte, sebbene abbia collezionato guerre e una copiosa quantità di morti, è il padre di alcuni fondamenti sui quali poggia l’Europa contemporanea. Il suo passaggio ha lasciato una traccia indelebile nelle pubbliche amministrazioni di tutto il Vecchio Continente per non parlare poi dei tribunali, dove il suo Codice è tutt’ora alla base della legislazione di diversi paesi. Prendendo la giusta distanza da una vecchia storiografia che vedeva in Napoleone le radici del nostro risorgimento, ammettiamo tuttavia che fu il primo a instillare una sorta di sentimento nazionale in un paese frammentato, fece una forte opposizione al potere spirituale proclamando la sua laicità e il suo distacco dalla Chiesa (anche se dopo, per opportunismo, fu obbligato a fare qualche passo indietro).
Il giovane Silvio cosa ci lascia? Difficile dirlo allo stato attuale, si può solamente trarre un bilancio superficiale, ma non troppo confortante. La Televisione commerciale? Molti direbbero di si… accidenti come fare senza. Il Grande Fratello, la Fattoria, Scajola, le Centrali Nucleari, Gasparri, l’onorevole Vito, Dell’Utri, Processi impuniti, vogliamo andare avanti???
Certe volte, per quanto perfido possa sembrare, è come leggere il bollettino della battaglia di Austerlitz o quello della ritirata sulla Berezina. Solo che qui a ritirarsi non sono prodi soldati francesi, bensì il nostro patrimonio culturale. Per non parlare poi in campo internazionale. Anche Napoleone era considerato dalle principali corti europee della sua epoca, uno zoticone, tuttavia di fronte al suo sguardo, alle sue vittorie e alla sua intelligenza si sono inchinati la maggior parte dei sovrani certamente più blasonati. Di fronte a Silvio oggi ridono a crepapelle….
Quindi esorto le poche persone che leggeranno questo post a non fare più facili paragoni….tra l’immortalità di un grande uomo e il carrozzone circense di un altro rifattissimo ometto.
Chiudo con un solenne Vive l’Empereur! (Napoleone Bonaparte inteso…).

lunedì 2 marzo 2009

Un Ronda non fa....primavera


Primo post del 2009…incredibile che vergogna lo scrivo solo adesso, orami a marzo. Cosa è successo? Da Natale a oggi? Di tutto di più…con punti fermi che restano e certezze più o meno confermate. Tra le cose che vanno meglio, e ringraziamo entità superiori che permettono questo, c’è lei, Ari. Un rapporto che si sta dimostrando solido che sta gettando reali fondamenta per tempi futuri che potranno essere non troppo facili. Se una casa ha delle fondamenta valide regge le tempeste, altrimenti crolla al primo soffio di vento. Ecco noi siamo alle fondamenta e per il momento “gli ingegneri” sono soddisfatti. Attualità? Di che mi occupo oggi? Sono rimasto abbastanza allibito dal recente provvedimento preso da questo governo e in particolare dal Ministro dell’Interno Maroni circa le ronde. Ci troviamo di fronte all’abdicazione dello Stato, la fine di esso e la rinuncia alla difesa dei suoi cittadini, o meglio alla rinuncia parziale della difesa dei suoi cittadini. Li avete visti nelle vostre città? I giovani leoni delle ronde, più che altro anacronistici fascisti o simpatici leghisti, hanno tirato fuori dal cruscotto delle loro utilitarie i giubbotti con la banda fosforescente obbligatori in caso di incidente. Li hanno indossati, e l’un l’altro si sono scritti sulla schiena qualcosa…aspettano che cali l’oscurità e si ritrovano in un qualsiasi bar di periferia per cominciare la loro lunga notte di pattugliamento. Le loro armi? Un telefonino – dicono loro – e gli occhi per vigilare, come novelli Bat Man, su quello che accade nell’oscurità. Girano in gruppo, hanno volti di vario genere provengono da chissà quale antro di frustrazione personale, sentono il dovere, il bisogno di fare mostra di un potere che non hanno, pensano di salvare la ragazza di turno o la vecchietta che corre il rischio di essere scippata. Mai vista una cosa del genere, in nessuno Stato dell’Unione Europea esiste – che io sappia – una cosa del genere. La polizia tedesca, quella francese, quella inglese, belga, olandese ecc. garantiscono il bene dei propri connazionali a qualunque ora. Certo qualcosa succede sempre, i farabutti non vanno mai a dormire e la madre degli idioti è sempre incinta, eppure la gente non si organizza in bande armate perché è consapevole che se il malvivente viene assicurato alla giustizia, ai buoni, sconterà la sua pena e passerà un brutto quarto d’ora tra le grinfie della Gendarmerie di turno… Non si lamentano, la certezza della pena dà loro un’ottima ragione per starsene a casa senza bisogno di infilarsi il giubettino da super eroi e uscire a fare la ronda. Quello che è successo a Padova? Ragazzi è stata una vera comica, sembrava di assistere a una sequenza del film “I Guerrieri della notte” dove bande variopinte si scontravano per assicurarsi il controllo del territorio. In mezzo a quella baraonda l’intervento della polizia, in forze, mentre in qualche altro angolo della città qualche malvivente stava compiendo il suo crimine…coperto dalle ronde!!!
Siamo alla frutta, sono realmente preoccupato, le cose così non possono andare avanti e quello che mi da più da pensare è la gente completamente ammansita dalla televisione, dalla falsa informazione, poco libera e molto pilotata. Qualche voce si leva contro queste “buffonate”, ma rimane inascoltata, compresa la mia. Volontari? Avete il bisogno di fare qualcosa per gli altri, esistono tanti tipi di volontariato per aiutare il prossimo, magari se il tempo di questi giovani (neppure troppo) fosse impegnato in qualche associazione umanitaria sarebbe meno sprecato. Non siamo popolo da ronde rendiamocene conto, non facciamo ridere per cortesia. La ronda piuttosto facciamola davanti quei giudici che prendono decisioni idiote e liberano stupratori, la ronda facciamola davanti a quei bigotti che erano pronti a crocefiggere il povero papà di Eluana senza sapere nemmeno cosa è il dolore, facciamo una ronda armata davanti Montecitorio per portare alla ragione quell’omino piccolo e abbastanza ridicolo costringendolo a prendere dei provvedimenti seri per il lavoro, per la sicurezza, per l’università e per la cultura, che in questo paese si è persa da tempo. Ecco cosa manca, la cultura, la conoscenza…questo è il tumore irreversibile che sta ammazzando questo paese. Eppure il virus qualcuno l’ha messo…io avrei qualche idea, ma mi fermo qui.
Alla prossima…